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Microsoft Clarity: heatmap e registrazioni accanto a GA4

Microsoft Clarity è gratuito e mostra heatmap e registrazioni delle sessioni. Come affiancarlo a GA4 per capire perché gli utenti non convertono.

Autore
Giulia
Pubblicato
17 agosto 2026
Lettura
12 min
Categoria
Ux
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Cosa è Microsoft Clarity e cosa fa che GA4 non fa

Microsoft Clarity è uno strumento gratuito di analisi comportamentale che registra le sessioni degli utenti sul tuo sito e produce mappe di calore su click e scroll, per mostrare non solo cosa succede su una pagina ma come le persone la usano davvero. Lo sviluppa Microsoft, non ha limiti di traffico né piani a pagamento, e si installa con uno snippet o direttamente da Google Tag Manager.

La differenza con GA4 è semplice da spiegare a un imprenditore: GA4 ti dice che il 68% delle persone abbandona la pagina preventivi. Microsoft Clarity ti fa vedere una persona che ci prova tre volte, clicca su un elemento che sembra un bottone ma non lo è, e se ne va. Il primo è un numero, il secondo è una causa.

Nella pratica quotidiana di un sito aziendale questa distinzione vale parecchio. La maggior parte delle PMI ha già GA4 installato, magari configurato bene, e continua a non sapere perché il form non converte. Non è un problema di dati mancanti, è un problema di tipo di dato: i numeri aggregati dicono dove si perde, non perché.

Perché GA4 da solo non basta per capire il comportamento degli utenti sul sito

GA4 è un sistema di misurazione a eventi. Registra page_view, click, form_start, conversioni, e li aggrega in report. È lo strumento giusto per rispondere a domande di volume: quanti, da dove, con che valore.

Quando la domanda diventa qualitativa, GA4 si ferma. Alcuni esempi reali di domande a cui non risponde:

  • L’utente ha visto il bottone CTA o è rimasto sopra la fold senza scorrere?
  • Ha provato a cliccare su un’immagine pensando fosse un link?
  • Il campo “Partita IVA” del form lo ha compilato e poi cancellato tre volte?
  • Su mobile il menu si apre davvero o serve un doppio tap?
  • Il popup dei cookie copre la CTA principale per i primi otto secondi?

Nessuna di queste è misurabile con un evento standard, e configurare un evento custom per ognuna richiede di sapere in anticipo cosa cercare. È il classico problema di chi guarda i report e non capisce da dove partire, lo stesso che porta a situazioni in cui i dati di GA4 non tornano rispetto a quello che si vede nel gestionale.

Le heatmap e le registrazioni funzionano al contrario: prima guardi, poi formuli l’ipotesi. Poi torni su GA4 per verificarla su un campione statisticamente sensato.

Come funzionano le mappe di calore di un sito

Clarity produce tre tipi di heatmap per ogni URL, e ognuna risponde a una domanda diversa.

Click map

Mostra dove gli utenti cliccano, con una scala di colore dal blu al rosso. Serve a capire due cose:

  1. Cosa attira i click che ti servono: la CTA principale riceve click? E quanti rispetto al totale?
  2. Cosa attira click inutili: icone non cliccabili, immagini di prodotto senza link, titoli che sembrano accordion. Ogni click su un elemento morto è un utente che si aspettava qualcosa e non l’ha ottenuto.

Il secondo punto è quello che porta i risultati più rapidi. Se il 12% dei click su una pagina servizi finisce su un elemento che non fa nulla, hai trovato un fix da mezz’ora di lavoro con un impatto misurabile.

Scroll map

Mostra fino a che punto della pagina arrivano le persone, in percentuale. È il modo più veloce per scoprire che la sezione “Contattaci” in fondo alla landing la vede il 9% dei visitatori.

Il numero da guardare è la profondità media di scroll e il punto in cui la curva crolla. Se il crollo avviene subito dopo un blocco specifico, quel blocco è il problema: troppo lungo, poco chiaro, o visivamente somigliante a una fine pagina.

Area map

Aggrega i click per zona invece che per pixel. Utile su pagine lunghe e su layout responsive, dove la click map pura può essere ingannevole perché gli elementi cambiano posizione tra desktop e mobile.

Un dettaglio importante: le heatmap di Clarity si segmentano. Puoi vedere la mappa di calore solo per il traffico mobile, solo per chi arriva da Google Ads, solo per chi ha visitato più di tre pagine. È qui che le heatmap gratis di Clarity diventano davvero comparabili agli strumenti a pagamento.

Cosa vedi davvero nelle registrazioni delle sessioni utenti

Le registrazioni delle sessioni utenti sono riproduzioni del comportamento sullo schermo: movimenti del mouse, scroll, click, digitazione nei campi (mascherata), cambio pagina. Non è un video vero, è una ricostruzione DOM, quindi pesa poco e non registra realmente lo schermo dell’utente.

L’errore da evitare è guardarle a caso. Con qualche migliaio di sessioni al mese, guardarle tutte non ha senso e non porta nulla. Il metodo che funziona è filtrare prima:

  • Sessioni con rage click (click ripetuti e rapidi nello stesso punto).
  • Sessioni che hanno raggiunto il carrello o il form ma non hanno convertito.
  • Sessioni provenienti da una campagna specifica che sta convertendo male.
  • Sessioni con durata anomala: sotto i 5 secondi oppure sopra i 10 minuti.
  • Sessioni con errori JavaScript rilevati.

Dieci registrazioni scelte con un filtro sensato valgono più di cento guardate in ordine cronologico. In un’oretta di analisi filtrata si tirano fuori quasi sempre due o tre problemi concreti.

Quali segnali automatici conviene guardare per primi

Clarity calcola alcuni indicatori di frustrazione senza che tu debba configurare nulla. Sono il punto di partenza migliore perché ti dicono da soli dove guardare.

  • Rage click: click ripetuti nello stesso punto in pochi secondi. Segnale classico di elemento non reattivo o troppo lento.
  • Dead click: click su elementi che non producono alcun cambiamento nella pagina. Il sintomo più comune di design ambiguo.
  • Excessive scrolling: l’utente scorre avanti e indietro cercando qualcosa che non trova. Tipico delle pagine con struttura poco chiara.
  • Quick back: l’utente entra in una pagina e torna indietro entro pochi secondi. Segnale di aspettativa tradita, spesso legato a un annuncio o a un title fuorviante.
  • Errori JavaScript: Clarity li intercetta e ti mostra le sessioni in cui sono avvenuti. Sui siti WordPress con molti plugin è una miniera.

Il dashboard li presenta come percentuali sul totale sessioni. Non esistono soglie universali, ma un rage click rate sopra il 5% su una pagina chiave è un segnale che vale la pena aprire subito.

Clarity vs Hotjar: quale conviene a una PMI?

La domanda arriva sempre, quindi vale la pena rispondere senza giri di parole.

Cosa fa meglio Clarity:

  • È gratuito senza limiti di sessioni. Hotjar nel piano gratuito limita pesantemente le registrazioni giornaliere, e su un sito con traffico medio il campione si esaurisce a metà mattina.
  • Conserva i dati per un periodo più lungo nel piano base.
  • Ha l’integrazione nativa con GA4, che vedremo tra poco.
  • Ha filtri di segmentazione molto più ricchi nella versione gratuita.
  • Include il rilevamento degli errori JavaScript, che Hotjar non fa.

Cosa fa meglio Hotjar:

  • Sondaggi on-site e widget di feedback integrati. Clarity non li ha e devi appoggiarti a strumenti terzi.
  • Funnel visivi con drop-off per step, più curati.
  • Interfaccia di collaborazione (commenti, condivisione, highlights) più matura per lavorare in team.
  • Reportistica più presentabile verso un cliente o una direzione.

La sintesi operativa per una PMI: parti da Clarity. Copre il 90% dei bisogni reali di un sito aziendale a costo zero e senza limiti di campione. Se in un secondo momento serve la parte di survey e di voice of customer, allora si valuta un secondo strumento. Il contrario, cioè partire da un tool a pagamento senza sapere che domande fare ai dati, è un modo affidabile per non usarlo mai.

Un’ultima considerazione: nulla vieta di tenere entrambi, ma due strumenti di registrazione sessioni significano due script pesanti sul frontend. Se il sito ha già problemi di performance, meglio sceglierne uno.

Come si installa senza appesantire il sito

Lo script di Clarity è leggero (poche decine di KB compressi) e asincrono, ma resta uno script di terze parti. Vale quindi la stessa regola di sempre: gli script di terze parti rallentano il sito se caricati senza criterio.

Tre modi di installarlo, in ordine di preferenza:

  1. Via Google Tag Manager, con trigger su Window Loaded invece che su All Pages. Così Clarity parte dopo il rendering completo e non compete con le risorse critiche.
  2. Snippet nel <head> con attributo async, che è la modalità consigliata da Microsoft. Va bene su siti già veloci.
  3. Plugin ufficiale WordPress, comodo ma meno controllabile su quando e dove caricare.

Alcune accortezze che facciamo sempre sui progetti:

  • Escludere le pagine di area riservata e checkout se contengono dati sensibili, oppure verificare il masking prima di lasciarlo attivo.
  • Attivare il masking rigoroso dei campi form, così i valori digitati non vengono mai trasmessi.
  • Non caricarlo per gli utenti loggati come amministratore, per non inquinare i dati con le sessioni interne.
  • Verificare l’impatto su INP dopo l’installazione, perché ogni script che ascolta gli eventi di click ha un costo sul main thread.

Se il sito è già al limite sulle Core Web Vitals, l’ordine corretto è sistemare prima le performance e poi aggiungere Clarity, non il contrario.

Cosa serve lato GDPR e consenso

Qui bisogna essere precisi, perché è il punto dove si sbaglia più spesso.

Clarity usa cookie di prima parte e raccoglie dati di comportamento. In Italia va trattato come strumento di analisi non anonimizzato, quindi:

  • Richiede il consenso preventivo dell’utente, esattamente come GA4.
  • Va inserito nella cookie policy con finalità, durata e titolare.
  • Va bloccato prima del consenso, e questo si gestisce dal cookie banner o dal container GTM con Consent Mode v2.
  • Il masking dei campi form va lasciato attivo, e nelle pagine con dati particolari (sanitari, finanziari) conviene escludere del tutto la registrazione.

Va anche firmato l’accordo di responsabile del trattamento con Microsoft e aggiornato il registro dei trattamenti. Non è burocrazia decorativa: uno strumento che registra le sessioni è esattamente il tipo di trattamento che un controllo guarda per primo.

Come si affianca a GA4 senza duplicare il lavoro

Clarity ha un’integrazione nativa con GA4 che è il vero motivo per cui conviene rispetto ad altri strumenti. Una volta collegati i due account:

  • Dentro GA4 puoi passare da un segmento di pubblico alle registrazioni Clarity di quelle stesse sessioni.
  • Clarity riceve le dimensioni GA4 e ti permette di filtrare le sessioni per sorgente, campagna, dispositivo, pagina di atterraggio.
  • I due strumenti condividono l’identificativo di sessione, quindi i confronti sono coerenti.

Il flusso di lavoro che consigliamo è sempre lo stesso e funziona in quattro passaggi:

  1. GA4 individua il buco: costruisci un percorso o un funnel e trova lo step dove si perde più gente. Le esplorazioni GA4 su funnel e percorsi servono esattamente a questo.
  2. Clarity spiega il buco: apri la heatmap di quella pagina e filtra le registrazioni sulle sessioni che si sono fermate lì.
  3. Formuli l’ipotesi: “la CTA è sotto la fold su mobile”, “il campo telefono obbligatorio blocca il 30% dei form”, “il selettore varianti non sembra cliccabile”.
  4. Testi e rimisuri: modifichi, aspetti un ciclo di traffico sufficiente, e verifichi su GA4 se il tasso di conversione dello step è migliorato.

È il ciclo classico della conversion rate optimization, con la differenza che la fase di ipotesi smette di essere fatta a intuito.

Le cinque cose che troverai quasi sicuramente nel primo mese

Dopo aver installato Clarity su decine di siti aziendali, alcuni problemi ricorrono con una regolarità quasi noiosa. Se parti da qui, risparmi tempo.

  1. Il cookie banner copre la CTA su mobile. Succede sul 30-40% dei siti che analizziamo. L’utente per i primi secondi vede solo il banner, e in molti casi esce prima di interagire.
  2. Il numero di telefono non è cliccabile. Rage click sul numero in header, su mobile, sono un classico. Il fix è un tel: e dura due minuti.
  3. Le immagini dei prodotti o dei servizi ricevono click ma non portano da nessuna parte. Se una foto sembra cliccabile, va resa cliccabile.
  4. I campi form opzionali sembrano obbligatori (o viceversa). Nelle registrazioni si vede l’esitazione: l’utente clicca dentro, esce, torna. Molti dei problemi che vediamo nelle conversioni dei form di contatto si diagnosticano in dieci minuti di replay.
  5. Nessuno scorre oltre il secondo blocco della homepage. Se il messaggio vero è al terzo, va spostato.

Sono tutti fix a basso costo con impatto immediato. Non sostituiscono una strategia, ma pagano l’ora di analisi molte volte.

Gli errori tipici nell’uso di Clarity

Tre modi affidabili per installarlo e non ricavarne nulla.

Guardare le registrazioni senza una domanda. Diventa intrattenimento. Serve sempre partire da un’ipotesi o da un filtro, altrimenti si vedono venti sessioni normalissime e si conclude che “va tutto bene”.

Generalizzare da una sessione singola. Una persona che sbaglia non è un pattern. Prima di toccare la pagina, conta quante sessioni mostrano lo stesso comportamento e verifica il volume su GA4.

Non collegarlo agli obiettivi di business. Una heatmap bella non è un risultato. Il risultato è il tasso di conversione dello step che migliora. Se dopo tre mesi di Clarity non hai una lista di modifiche fatte e di numeri prima/dopo, lo strumento non sta lavorando.

Da dove partire concretamente

Se vuoi attivarlo questa settimana, l’ordine è questo.

  1. Crea il progetto su Clarity e collega il sito. Cinque minuti.
  2. Installa via GTM con trigger su Window Loaded, bloccato prima del consenso.
  3. Aggiorna cookie policy e banner, inserendo Clarity tra gli strumenti di analisi.
  4. Collega GA4 dall’area impostazioni di Clarity.
  5. Aspetta due settimane di raccolta dati. Sotto le 300-500 sessioni per pagina le heatmap non sono affidabili.
  6. Analizza tre pagine, non trenta: homepage, la pagina servizio o categoria più visitata, la pagina di conversione.
  7. Scrivi tre ipotesi, applica tre modifiche, e rimisura dopo un mese.

Se già hai una configurazione di web analytics con GA4 impostata bene, Clarity aggiunge la parte qualitativa che manca senza toccare nulla di quello che hai. Se invece GA4 è installato e basta, con eventi generici e nessuna conversione configurata, conviene sistemare prima quello: le registrazioni servono a spiegare un problema che devi già essere in grado di quantificare.

Il valore vero di Microsoft Clarity non è la tecnologia, che è semplice. È che costringe a guardare il sito con gli occhi di chi lo usa la prima volta, e questa è una cosa che chi il sito lo ha costruito o commissionato non riesce più a fare.

Domande frequenti

Microsoft Clarity è davvero gratuito o ci sono limiti nascosti?

Sì, è gratuito senza limiti di sessioni registrate e senza piani a pagamento. Lo sviluppa Microsoft e si installa con uno snippet o da Google Tag Manager. A differenza di altri strumenti simili, la versione gratuita include anche filtri di segmentazione avanzati e il rilevamento degli errori JavaScript, quindi copre la maggior parte dei bisogni reali di un sito aziendale.

Ho già Google Analytics: perché dovrei aggiungere anche Clarity?

GA4 misura i volumi: quante persone entrano, da dove arrivano, quante abbandonano. Non spiega però il motivo dei comportamenti. Clarity mostra registrazioni delle sessioni e mappe di calore, così vedi ad esempio un utente che clicca tre volte su un elemento che sembra un bottone ma non lo è. I due strumenti si integrano nativamente e lavorano meglio insieme.

Le registrazioni delle sessioni sono legali rispetto al GDPR?

Sì, ma con le giuste precauzioni. Clarity va trattato come strumento di analisi non anonimizzato: richiede il consenso preventivo dell'utente, va inserito nella cookie policy e bloccato dal banner prima del consenso. Va lasciato attivo il masking dei campi form e va firmato l'accordo di responsabile del trattamento con Microsoft, aggiornando anche il registro dei trattamenti.

Installare Clarity rallenta il sito web?

Lo script è leggero e asincrono, ma resta comunque codice di terze parti. Il modo migliore per installarlo è tramite Google Tag Manager con trigger su Window Loaded, così parte solo dopo il rendering completo della pagina. Dopo l'installazione conviene verificare l'impatto sulle Core Web Vitals, in particolare su INP. Se il sito ha già problemi di velocità, prima si sistemano quelli.

Quante visite servono perché le heatmap siano affidabili?

Sotto le 300-500 sessioni per singola pagina le mappe di calore non sono statisticamente affidabili. In pratica conviene aspettare circa due settimane di raccolta dati dopo l'installazione, poi concentrarsi su tre pagine soltanto: la homepage, la pagina di servizio o categoria più visitata e la pagina di conversione. Da lì si formulano poche ipotesi concrete e si rimisura dopo un mese.

Cosa posso aspettarmi di scoprire nel primo mese di utilizzo?

Quasi sempre problemi ricorrenti e facili da correggere: il cookie banner che copre la call to action su mobile, il numero di telefono non cliccabile, immagini che sembrano link ma non portano da nessuna parte, campi del form ambigui e contenuti importanti che nessuno raggiunge scorrendo. Sono correzioni a basso costo con impatto immediato, individuabili in circa un'ora di analisi filtrata.

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