La pagina aziendale LinkedIn è la scheda anagrafica pubblica della tua impresa. Non è il posto dove diventerai virale, è il posto dove chi ti sta valutando va a controllare se esisti davvero.
Succede quasi sempre così. Un responsabile acquisti riceve il preventivo, cerca il nome dell’azienda, apre il sito e poi apre LinkedIn. Logo sgranato, ultimo post del 2022, nessun dipendente collegato: quella pagina ha appena lavorato contro di te.
A cosa serve davvero una pagina aziendale nel 2026
Sono cambiate due cose rispetto a qualche anno fa, e nessuna riguarda l’algoritmo del feed.
La prima: le pagine LinkedIn si posizionano su Google per il nome dell’azienda, spesso subito sotto il sito. Cercare “ragione sociale + srl” e trovarla tra i primi risultati è la norma.
La seconda sono le risposte generate dall’AI. Quando qualcuno chiede a un assistente o legge un AI Overview “chi è l’azienda X, cosa fa”, i sistemi impastano le fonti pubbliche disponibili: sito, scheda Google, registri camerali, LinkedIn. Se la pagina dice che fai carpenteria e il sito parla di automazione industriale, la sintesi che ne esce è confusa. Tenere coerenti sito, scheda Google e LinkedIn è lavoro noioso che paga.
Resta valido tutto il resto: candidature spontanee, contatti B2B e la pubblicità, perché senza pagina non apri un account LinkedIn Ads.
Come creare la pagina aziendale LinkedIn passo per passo
Serve un profilo personale già attivo, con nome e cognome veri. Da lì:
- Clicca sulla griglia Per le aziende in alto a destra e scegli Crea una pagina aziendale.
- Seleziona la categoria: per quasi tutte le PMI venete è Azienda, le pagine Vetrina vengono dopo se servono.
- Compila nome, URL pubblico, sito, settore, dimensioni e tipo di società. L’URL lo scegli una volta sola e resta: nome commerciale pulito, niente sigle inventate.
- Carica logo (300x300 px) e copertina (1128x191 px). La copertina è larga e bassa, quindi il testo piccolo dentro diventa illeggibile su telefono.
- Scrivi lo slogan e spunta la conferma di poter rappresentare l’azienda.
- Pubblica, poi torna dentro e completa Informazioni: descrizione, sede, anno di fondazione, specialità.
La creazione richiede cinque minuti, portare la pagina al 100% delle informazioni un’oretta. Falla subito: LinkedIn distribuisce di più le pagine complete, e una pagina a metà si nota.
Il passaggio che quasi tutti saltano è la verifica, gratuita sia per la pagina sia per i dipendenti con email aziendale o documento. Il badge accanto al nome ti distingue dai cloni fasulli che circolano.
I campi che fanno la differenza
La descrizione
Hai 2.000 caratteri, ma senza cliccare “Mostra tutto” se ne vedono due righe. Metti lì cosa fai, per chi e dove. “Progettiamo e produciamo quadri elettrici per macchine automatiche, dal 1987, con sede a Schio” batte tre paragrafi su mission e visione.
Le parole che il tuo cliente userebbe per cercarti vanno dentro la descrizione e dentro le specialità, in italiano naturale. La ricerca interna di LinkedIn le legge, Google pure. Ripeterle a raffica rende solo il testo ridicolo.
Il pulsante
Il pulsante in evidenza (Visita il sito, Contattaci, Registrati) va fatto puntare alla pagina che risponde alla domanda giusta, non alla home generica. Se il traffico da LinkedIn atterra quasi tutto in home, hai buttato il click migliore che avevi.
Le persone
Chiedi ai colleghi di selezionare l’azienda dal menu a tendina nel loro profilo, non di scriverla a mano. È la differenza tra 3 dipendenti collegati e 28, ed è la prima cosa che guarda un candidato.
Cosa pubblicare, e con che ritmo
Per una PMI un contenuto a settimana, sempre lo stesso giorno, vale più di otto post in cinque giorni e tre mesi di silenzio.
Sui clienti B2B del vicentino funzionano tre cose. Il lavoro raccontato dal vivo: la lavorazione difficile, il pezzo prima e dopo, il problema che il cliente aveva. Le persone, quindi assunzioni, anniversari, qualcuno del reparto che spiega cosa fa. E il contenuto tecnico, quello che fa dire “ah, non lo sapevo”. Il video verticale corto oggi ha molta più spinta di prima, anche girato col telefono in officina: servono luce decente e audio pulito, non una produzione.
Due cose che non faremmo mai. Pubblicare tanto per non lasciare vuoto il calendario, tipo la grafica motivazionale del lunedì: nessuno la commenta e alla pagina resta addosso l’aria del riempitivo. E mettere il link nel primo commento convinti che l’algoritmo punisca i link, una credenza che circola dal 2019 e che nei dati che guardiamo non produce il vantaggio promesso. Sugli hashtag restiamo su due o tre pertinenti: la fila di quindici tag in fondo al post è archeologia.
Pagina e profilo personale, chi fa cosa
I post pubblicati da una persona vengono distribuiti più dei post di pagina. Questo non significa abbandonare la pagina, significa dividersi i compiti.
Il titolare o il commerciale scrivono a nome proprio, con la loro faccia e il loro modo di parlare. La pagina tiene gli annunci ufficiali e le posizioni aperte, e resta il riferimento stabile. Quando un post personale merita più pubblico, puoi sponsorizzarlo dall’account aziendale mantenendo la firma della persona: la strada più efficace che vediamo nel B2B, e la trattiamo in LinkedIn Ads.
Dalla pagina puoi anche notificare un post ai dipendenti: ogni tanto, sui contenuti che contano, moltiplica le visualizzazioni. Ogni settimana diventa rumore e nessuno lo apre più.
Far crescere i follower senza spendere
I primi cento follower arrivano dalla rete che hai già: colleghi, fornitori, clienti storici, associazione di categoria. Come amministratore puoi invitare i tuoi collegamenti a seguire la pagina: hai un numero limitato di crediti invito e ogni invito accettato ti restituisce il credito, quindi conviene puntare su chi ti conosce davvero.
Poi c’è quello che sta fuori da LinkedIn: il link alla pagina nella firma email di tutti e non solo del marketing, il collegamento nel footer del sito, il rilancio nella newsletter. Uno studio tecnico che seguiamo è passato da 180 a poco più di 600 follower in dieci mesi senza un euro di pubblicità, perché quattro persone su otto hanno iniziato a condividere i contenuti con regolarità.
Se hai già un blog, la pagina diventa il canale di distribuzione più economico che hai: è il ragionamento che facciamo nel piano editoriale.
Misurare senza illudersi
La sezione Analytics oggi distingue impression, visualizzazioni uniche, clic e reazioni, e permette il confronto con pagine simili alla tua.
Il numero da guardare per primo non è il totale delle impression. Sono le visite alla pagina e i clic verso il sito, perché indicano intenzione reale. Mille visualizzazioni in bacheca senza un solo clic dicono che il contenuto è passato davanti agli occhi sbagliati.
Poi collega i due mondi. In GA4 il traffico da LinkedIn si isola facilmente, e se tracci i link con i parametri UTM sai quale post ha portato la richiesta di preventivo. Senza, resti con statistiche di piattaforma che raccontano metà della storia. Per il quadro generale su come gira LinkedIn trovi tutto in cos’è e come funziona.
Un dato da annotare a mano: quante volte, in trattativa, il cliente ha detto “vi ho visti su LinkedIn”. Non lo trovi in nessuna dashboard e vale più di molte metriche.
Da dove partire questa settimana
Se la pagina esiste già ed è ferma, non serve un piano trimestrale. Completa le informazioni mancanti, sistema logo e copertina, fai verificare la pagina, chiedi ai colleghi di collegare il profilo. Poi scegli un giorno e pubblica per due mesi senza saltare: avrai dati veri invece di supposizioni. Se serve una linea editoriale che regga, ne parliamo nella pagina social media marketing.