Ogni volta che una PMI B2B ci chiede di far crescere il sito su Google, la prima domanda che facciamo è sempre la stessa: “per quali parole vuoi essere trovato?”. Nove volte su dieci la risposta è vaga, oppure è una lista di termini che nessun cliente digiterebbe mai nel modo in cui li scrive l’azienda. È esattamente qui che nasce il problema, ed è esattamente qui che serve una keyword research fatta bene: non un elenco di parole scelte a intuito, ma una mappa di quello che i tuoi potenziali clienti cercano davvero.
Il bello è che per iniziare non serve un abbonamento costoso a un tool professionale. La maggior parte delle PMI venete con cui lavoriamo non ha un budget SEO da multinazionale, eppure una ricerca parole chiave solida si può costruire con strumenti gratuiti e un po’ di metodo. Il difficile non è avere i dati, è saperli leggere e ordinarli.
In questa guida trovi il metodo passo-passo che usiamo sui progetti reali: da dove partire, quali strumenti bastano, come distinguere le keyword che portano lettori da quelle che portano clienti, e come arrivare a una lista pronta da mettere nel piano editoriale.
Cosa vuol dire davvero fare keyword research
Fare keyword research non significa “trovare le parole con più volume di ricerca”. Significa capire con quali parole le persone descrivono il problema che tu risolvi, e in che fase del loro percorso si trovano quando le digitano.
Un’azienda che produce guarnizioni industriali pensa a sé stessa come “produttore di guarnizioni in NBR”. Il suo cliente, però, di notte cerca “guarnizione che resiste agli oli minerali” oppure “perché la guarnizione si secca in poco tempo”. Sono due mondi linguistici diversi. La keyword research serve a costruire il ponte tra come parla l’azienda e come cerca il mercato.
Detto in modo operativo, una ricerca fatta bene ti dà tre cose:
- Un vocabolario: le parole reali che usa il tuo pubblico, non quelle del tuo catalogo.
- Una gerarchia di intento: chi cerca per capire, chi per valutare, chi per comprare.
- Una lista di priorità: da dove partire con i contenuti per avere un ritorno prima possibile.
Il problema specifico del B2B: volumi bassi, valore alto
Chi arriva alla SEO dal mondo B2C fa fatica ad accettare una verità del B2B: le keyword B2B hanno volumi di ricerca ridicoli rispetto al consumer. Una parola che nel largo consumo fa decine di migliaia di ricerche al mese, nel B2B ne fa qualche decina.
Questo spaventa chi guarda solo il numero del volume. Ma è un errore di prospettiva. Se vendi un macchinario o un servizio industriale, non ti servono diecimila visite: te ne bastano venti giuste al mese, di cui due o tre diventano richieste di preventivo concrete. Nel B2B una singola keyword da 30 ricerche mensili può valere più di una da 30.000 nel consumer, perché intercetta un buyer con un problema preciso e un budget aziendale dietro.
Le conseguenze pratiche di questo per la tua ricerca parole chiave:
- Non scartare le keyword a basso volume. Nel B2B sono spesso le migliori.
- Punta sulla coda lunga. Le query lunghe e specifiche (“fornitore componenti elettronici custom piccole serie”) convertono molto più delle generiche.
- Ragiona per cluster, non per singola parola. Un tema coperto bene raccoglie decine di micro-query che nessun tool ti mostrerà mai una per una.
Parti da dove sai già: le domande dei clienti
Prima ancora di aprire qualsiasi strumento, la miniera d’oro ce l’hai già in azienda. Le persone che parlano con i clienti tutti i giorni (commerciali, ufficio tecnico, assistenza) sanno esattamente quali domande ricevono di continuo.
Un esercizio che facciamo spesso all’inizio di un progetto: chiediamo al titolare e al commerciale di scrivere, senza filtri, le 20 domande che i clienti fanno più spesso prima di comprare. Escono cose come “quanto tempo ci vuole per la consegna”, “fate anche piccole quantità”, “che differenza c’è tra il modello X e il modello Y”, “è compatibile con il mio impianto esistente”.
Ognuna di quelle domande è una keyword, o meglio l’embrione di un contenuto. Sono le migliori in assoluto perché:
- Nascono da un bisogno reale già verificato sul campo.
- Hanno un intento chiarissimo, quindi convertono.
- La concorrenza spesso le ignora, perché sono troppo “banali” per chi pensa solo ai volumi.
A questo aggiungi altre due fonti interne gratuite: le email di richiesta preventivo (con che parole ti scrivono i clienti?) e la casella di ricerca interna del sito, se ne hai una. Cosa cercano le persone quando sono già dentro il tuo sito e non trovano subito quello che vogliono? Quella è domanda pura.
Usa Google contro Google: i suggerimenti gratuiti
Il secondo passo su come trovare le parole chiave è usare lo strumento che hai davanti tutti i giorni e che non ti costa niente: Google stesso. Il motore ti regala una quantità enorme di dati sulle intenzioni di ricerca, basta saperli raccogliere.
Tre fonti dentro Google, tutte gratis:
1. Autocomplete (i suggerimenti mentre scrivi). Inizia a digitare la tua parola base e guarda cosa Google propone. Quei suggerimenti non sono casuali: sono query reali e frequenti. Prova a completare con “come”, “quale”, “quanto”, “migliore”, “differenza tra”. Ogni lettera dell’alfabeto aggiunta dopo la keyword base ti apre nuovi filoni.
2. Ricerche correlate (in fondo alla pagina dei risultati). Sotto ai risultati Google mostra un blocco di ricerche associate. È oro puro per scoprire varianti che non avresti immaginato.
3. “Le persone hanno chiesto anche” (People Also Ask). Il riquadro a fisarmonica con le domande. Ogni volta che apri una domanda, Google ne aggiunge altre. In dieci minuti raccogli venti domande vere sul tuo tema, perfette per strutturare gli H2 di un articolo.
Un consiglio pratico: fai queste ricerche da una finestra in incognito, altrimenti la cronologia personale ti sporca i suggerimenti. E se lavori su un mercato locale, controlla che Google sia impostato sulla zona giusta, perché i suggerimenti cambiano da regione a regione.
Gli strumenti di keyword research gratis che bastano davvero
Superate le fonti interne e i suggerimenti di Google, servono un paio di strumenti per avere i numeri e allargare la lista. La buona notizia è che per una PMI B2B gli strumenti gratuiti coprono la stragrande maggioranza del lavoro. Ecco quelli che usiamo e consigliamo.
- Google Keyword Planner. È dentro Google Ads e richiede un account (basta crearlo, non devi per forza spendere in campagne). Ti dà volumi indicativi e, cosa preziosa, tantissime idee correlate. Nel B2B i volumi sono spesso mostrati come intervalli larghi, ma per capire l’ordine di grandezza va benissimo.
- Google Search Console. Se il sito è già online, è la fonte più onesta che hai. Nel report “Rendimento” vedi le query reali con cui le persone ti trovano già oggi, comprese quelle in cui sei in seconda o terza pagina. Quelle keyword “quasi in prima pagina” sono le opportunità più veloci da sbloccare.
- Google Trends. Utile per capire la stagionalità e confrontare due termini tra loro. Non ti dà volumi assoluti, ma ti dice se un tema sta salendo o scendendo.
- AnswerThePublic e AlsoAsked. Aggregano domande reali attorno a una parola base. Nella versione gratuita hanno limiti di ricerche al giorno, ma per una PMI sono più che sufficienti per partire.
I tool a pagamento (Semrush, Ahrefs, SE Ranking) sono ottimi e li usiamo sui progetti più strutturati, soprattutto per l’analisi della concorrenza. Ma sono un acceleratore, non un prerequisito. Chi ti dice che senza quei tool non puoi fare SEO ti sta vendendo qualcosa. Per capire come si incastra tutto nel lavoro di un’agenzia, abbiamo scritto una guida a parte su cosa fa davvero un’agenzia SEO.
Informativa o commerciale? Come leggere l’intento di ricerca
Qui sta il cuore di tutto, ed è la parte che quasi nessuno fa bene. Avere una lista di 300 keyword non serve a niente se non capisci cosa vuole ottenere chi le cerca. La stessa lista, letta per intento, diventa una strategia.
L’intento di ricerca si divide grosso modo in quattro tipi. Nel B2B ci interessano soprattutto i primi tre.
| Tipo di intento | La persona vuole… | Esempio B2B | Cosa ci pubblichi |
|---|---|---|---|
| Informativo | Capire, imparare | ”cos’è la manutenzione predittiva” | Articolo blog, guida |
| Commerciale | Valutare, confrontare | ”migliore software gestione magazzino B2B” | Confronto, pagina servizio |
| Transazionale | Comprare, contattare | ”preventivo impianto aspirazione industriale” | Landing, pagina prodotto |
| Navigazionale | Trovare un brand preciso | ”nome azienda contatti” | Home, contatti |
La regola operativa che diamo ai clienti è semplice: a intento diverso corrisponde tipo di pagina diverso. Se rispondi a una query informativa con una pagina di vendita, l’utente scappa. Se rispondi a una query transazionale con un articolo di blog, gli fai perdere tempo e non converti.
Come si capisce l’intento di una keyword? Il metodo più affidabile non è indovinare, è guardare cosa Google mostra già per quella query. Se in prima pagina ci sono articoli e guide, Google ha classificato quell’intento come informativo. Se ci sono pagine prodotto e schede tecniche, è commerciale o transazionale. Google ha già fatto l’analisi al posto tuo su milioni di ricerche: leggila.
Dare priorità: volume, intento e difficoltà
Ora hai una lista lunga e sai leggere l’intento. Manca l’ultimo passaggio, il più importante per una PMI con tempo e risorse limitate: decidere da dove iniziare. Non puoi coprire tutto subito, e non dovresti.
Valutiamo ogni keyword su tre assi:
- Rilevanza commerciale. Chi cerca questa parola può diventare un mio cliente? Una query informativa generica può fare traffico ma zero fatturato. Una commerciale specifica fa poco traffico ma clienti veri.
- Volume realistico. Nel B2B, come detto, anche pochi volumi vanno bene se l’intento è giusto.
- Difficoltà competitiva. Chi c’è già in prima pagina? Se sono tutti colossi con siti enormi, per una PMI è dura. Se ci sono siti mediocri e generici, c’è spazio.
L’incrocio di questi tre assi ti dà le quick win: keyword con buona rilevanza commerciale, volume decente e concorrenza debole. Sono quelle da attaccare per prime, perché danno risultati in mesi e non in anni. Le keyword ad alto volume ma altissima difficoltà le tieni come obiettivo di lungo periodo, non come punto di partenza.
Un errore che vediamo di continuo: aziende che si intestardiscono sulla keyword generica del loro settore (“serramenti”, “automazione industriale”) ignorando che per quella parola combattono contro portali e concorrenti enormi. Meglio dominare venti nicchie specifiche che arrivare noni su un termine impossibile. Su questa logica di priorità torniamo spesso anche quando ragioniamo di posizionamento sui motori di ricerca.
Le parole chiave per il sito aziendale non sono quelle del blog
Una distinzione che fa risparmiare molti errori: le parole chiave del sito aziendale (le pagine di servizio, i prodotti, la home) non sono le stesse del blog.
Le pagine di servizio e prodotto rispondono a intento commerciale e transazionale. Chi le raggiunge è già avanti nel percorso: sa cosa cerca, vuole valutare o comprare. Qui usi le keyword più commerciali, spesso con la componente geografica se lavori su territorio (“assistenza impianti Vicenza”, “fornitore X provincia di Y”).
Il blog copre l’intento informativo: le domande, i “come si fa”, i “differenza tra”. Serve a intercettare le persone quando ancora stanno studiando il problema, a costruire autorità sul tema e a portarle poi, con i link interni, verso le pagine di servizio.
Se mescoli le due cose (keyword informative sulle pagine commerciali e viceversa) ottieni pagine che non rankano bene e non convertono. La divisione dei ruoli va decisa in fase di keyword research, non dopo. È il momento in cui una lista di keyword diventa la spina dorsale del piano editoriale e del content marketing.
Errori tipici che vediamo nei progetti
Dopo anni di audit sui siti delle PMI, gli errori nella ricerca parole chiave si ripetono uguali. Eccone cinque che ti conviene evitare fin da subito.
- Scegliere le keyword col linguaggio dell’azienda, non del cliente. Il classico: ottimizzare tutto sul nome tecnico del prodotto che solo gli addetti conoscono, ignorando come lo cerca il mercato.
- Inseguire solo il volume alto. Porta traffico generico e nessun contatto. Nel B2B è quasi sempre una trappola.
- Ignorare l’intento. Mettere keyword transazionali su un articolo di blog e stupirsi che non arrivino richieste.
- Keyword stuffing. Ripetere la parola chiave venti volte nella pagina. Google lo capisce e non funziona più da un decennio. Scrivi per le persone, la keyword ci finisce naturalmente.
- Fare la ricerca una volta e mai più. Il linguaggio dei clienti cambia, escono termini nuovi, la concorrenza si muove. Una revisione ogni sei-dodici mesi tiene la lista viva.
Un esempio concreto: un cliente del settore della componentistica meccanica era ostinato sulla keyword generica del suo prodotto, dove combatteva contro marketplace enormi. Spostando il lavoro sulle domande specifiche dei suoi clienti reali (compatibilità, tempi, piccole serie) ha iniziato a intercettare buyer molto più qualificati, con meno traffico ma più richieste di preventivo. Il volume totale delle visite è persino sceso, ma i contatti utili sono aumentati. È il paradosso del B2B: meno traffico, più clienti.
Keyword research e AI Overviews nel 2026
Non si può parlare di ricerca parole chiave nel 2026 senza nominare le AI Overviews, i riquadri di risposta generati da Google in cima ai risultati. Cambiano qualcosa anche per la keyword research?
Sì, ma non stravolgono il metodo. Il punto è che le query puramente informative (“cos’è X”, “come funziona Y”) oggi vengono spesso risolte direttamente nell’AI Overview, senza che l’utente clicchi. Per una PMI B2B questo significa una cosa precisa: dai ancora più peso alle keyword commerciali e di decisione e usa quelle puramente informative con giudizio, sapendo che il click non è più garantito come prima.
Le query dove le AI Overviews sono più rare e il click resta solido sono proprio quelle specifiche, verticali, con intento di valutazione o acquisto: “software X per il settore Y”, “quale fornitore per Z”, confronti concreti. Che poi sono le stesse che convertono meglio. Il 2026 premia esattamente il tipo di keyword research che ha sempre funzionato nel B2B. Se vuoi approfondire come cambia la partita, ne parliamo in dettaglio nell’articolo dedicato alle AI Overviews e alla SEO B2B.
Da dove iniziare: la checklist operativa
Se devi costruire da zero la tua prima lista di keyword, questo è l’ordine che seguiamo sui progetti:
- Raccogli le domande interne. Fatti dare da commerciali e assistenza le 20 domande più frequenti dei clienti. Aggiungi le parole che i clienti usano nelle email di richiesta.
- Espandi con Google. Autocomplete, ricerche correlate e “People Also Ask” sulle tue parole base. Raccogli tutto in un foglio.
- Aggiungi i numeri. Passa la lista dentro il Keyword Planner e la Search Console per avere volumi e per scoprire le query dove sei già “quasi in prima pagina”.
- Classifica per intento. Per ogni keyword segna se è informativa, commerciale o transazionale. Guarda cosa mostra Google per capirlo.
- Assegna la destinazione. Informative al blog, commerciali e transazionali alle pagine di servizio e prodotto.
- Dai le priorità. Incrocia rilevanza commerciale, volume e difficoltà. Segna le quick win e parti da lì.
- Trasforma in piano editoriale. Ogni cluster di keyword diventa un contenuto o una pagina, con una data di pubblicazione.
Alla fine di questo percorso non hai più una lista disordinata, ma una mappa ordinata per intento e per priorità, pronta a diventare lavoro concreto. Con un foglio di calcolo e qualche pomeriggio di lavoro, una PMI arriva a un punto di partenza serio senza spendere in tool costosi.
Se invece preferisci partire da una base già strutturata, o non hai il tempo di gestire in casa tutto il ciclo (ricerca, priorità, piano editoriale, scrittura), è esattamente il lavoro che facciamo con il nostro servizio di strategie di web marketing e SEO: trasformiamo il linguaggio dei tuoi clienti in una lista di parole chiave che porta contatti, non solo visite. La keyword research non è un adempimento tecnico da spuntare una volta, è la bussola di tutto quello che pubblichi. Vale la pena farla bene fin dall’inizio.