Il punteggio verde non c’è più, la logica di fondo sì
Chi cerca come aumentare il PageRank quasi sempre ha in mente la barretta verde della vecchia Google Toolbar, il voto da 0 a 10 appiccicato al dominio. Google ha smesso di aggiornarla nel 2013 e l’ha rimossa nel 2016. Non torna, e chiunque prometta di farla salire sta vendendo aria.
L’algoritmo originale invece è ancora lì dentro, in forma molto più evoluta. Le pagine si passano autorità attraverso i link, e una pagina citata da fonti credibili ne eredita una parte. Nel 2026 resta un ingrediente, pesato insieme alla pertinenza semantica, alla qualità del contenuto e ai segnali di affidabilità del dominio.
Cambia quindi la domanda utile. Non “come alzo il mio PageRank”, ma “come faccio in modo che le pagine che mi portano lavoro raccolgano più fiducia, dentro e fuori dal sito”. La seconda si può misurare.
Le metriche che si usano al posto del PageRank
Domain Rating di Ahrefs, Domain Authority di Moz, Authority Score di Semrush sono stime costruite su crawl proprietari, che Google non vede e non usa. Servono da termometro comparativo: capire da dove prendono i link i tre concorrenti che ti stanno davanti.
Un obiettivo del tipo “portiamo il DR da 18 a 30 entro dicembre” non lo scriveremmo mai in un piano. Quel numero si gonfia con link che non portano una visita, mentre il modulo contatti resta vuoto. Meglio misurare quello che paga le fatture: query in posizione utile, impression sulle pagine servizio, richieste arrivate.
Contenuti che qualcuno abbia motivo di citare
Il consiglio del 2013 era “scrivi contenuti di qualità e aggiornali”. Vero allora, insufficiente adesso, perché la pagina generica che spiega cos’è un prodotto la genera chiunque in trenta secondi e Google ha una policy specifica contro i contenuti prodotti in massa senza valore aggiunto.
Continua invece a guadagnare link il materiale che nasce dal mestiere: la tabella aggiornata delle pratiche edilizie di una provincia, la conversione tra due standard di filettatura con le tolleranze reali, un montaggio complicato documentato con foto passo per passo.
Un produttore di componenti ha pubblicato una sola pagina di compatibilità tra ricambi vecchi e nuovi: in otto mesi ha raccolto una trentina di link spontanei da forum tecnici e blog di settore, più di quanti ne avesse portati tutto il resto del sito in cinque anni. Era l’unica pagina in italiano che rispondeva a quella domanda.
Link in entrata: pochi, pertinenti, verificabili
La regola non è cambiata di natura, il campo di gioco sì. Commenti nei forum con link in firma e directory generaliste non producono più niente, e i comunicati stampa a pioggia valgono zero senza una notizia vera dietro.
Restano efficaci le relazioni che un’azienda ha già e non sfrutta: fornitori con una pagina rivenditori, associazioni di categoria, consorzi, clienti che pubblicano case history, testate locali quando c’è un fatto concreto da raccontare. Capita spesso di trovare aziende citate da un partner con il nome scritto in chiaro ma senza collegamento.
Il test che facciamo prima di accettare un link è sempre lo stesso: togliendo Google dall’equazione, quella citazione porterebbe comunque una persona interessata sul sito? Se la risposta è no, il link non serve e a volte fa danno. Lo stesso criterio guida i progetti di link building che seguiamo.
I link interni sono la leva che quasi nessuno tocca
Qui c’è il margine più grande. L’autorità che arriva dall’esterno si distribuisce lungo i collegamenti interni, e nella maggior parte dei siti PMI finisce nella home, nel menu e in tre pagine di servizio, mentre gli articoli del blog restano isolati.
Bastano collegamenti sensati dentro il testo, con un anchor che descrive la destinazione invece del solito “clicca qui”, per rimettere in circolo quel valore verso le pagine che devono convertire. Il metodo completo, incluso il modo di individuare le pagine orfane, è nella guida alla strategia dei link interni.
Quando il click non arriva, l’autorità conta lo stesso
Le AI Overviews hanno cambiato il tipo di guadagno che ci si può aspettare. Su molte query informative la risposta viene letta direttamente nella pagina dei risultati, e il traffico organico cala anche quando il posizionamento tiene.
Le fonti citate in quei riquadri però tendono a essere le stesse che il sistema considera affidabili nell’organico: pagine strutturate bene, con dati verificabili, di siti riconosciuti nel loro ambito. L’autorità resta la porta d’ingresso, cambia cosa ci trovi dietro. Nel B2B conviene tarare la strategia di conseguenza, meno pagine “cos’è” e più pagine che rispondono a domande da preventivo, come spieghiamo in AI Overviews e SEO B2B.
Cosa guardare in Search Console
I rapporti che apriamo ogni settimana sono tre:
- Prestazioni, filtrato per pagina, su 28 giorni contro lo stesso periodo dell’anno prima. Le medie sul sito intero nascondono tutto.
- Indicizzazione delle pagine, per capire cosa Google ha scelto di non tenere. “Rilevata, non indicizzata” su decine di URL è quasi sempre qualità o struttura, non crawl budget.
- Link, per i domini di provenienza e le pagine più linkate. Dato parziale, ma dalla fonte giusta.
Lo strumento di controllo URL mostra come Google vede davvero una singola pagina, canonical compresa. Per la configurazione iniziale c’è la guida a Search Console per le PMI.
Dove l’autorità si perde senza accorgersene
Le basi tecniche non sono più vantaggi competitivi: HTTPS, sito usabile da telefono, immagini in formato moderno. Sui Core Web Vitals la metrica di interattività da guardare è INP, che ha sostituito il vecchio FID, e su WordPress carichi di plugin è quasi sempre lì che salta fuori il problema.
La dispersione vera però è più silenziosa: la stessa pagina raggiungibile con e senza www, URL con parametri di tracciamento indicizzati come duplicati, tag che generano archivi vuoti, categorie prodotto sdoppiate per filtro colore. Ogni copia divide i segnali. Un consolidamento fatto bene, con canonical coerenti e redirect puliti, in certi progetti ha reso più di sei mesi di ricerca link. Con un cambio di dominio in programma, il percorso completo è in cambio dominio senza perdere traffico.
Un ritmo che regge nel tempo
L’autorità si accumula come la reputazione di un’azienda in provincia: lentamente, per fatti concreti, e si brucia in fretta con una scorciatoia sbagliata.
Un ritmo praticabile per una PMI è questo: un contenuto utile al mese scritto da chi il mestiere lo fa, una revisione trimestrale dei link interni e delle pagine che perdono impression, un controllo tecnico prima di ogni modifica strutturale. Meno di così il sito si ferma. Per partire da una fotografia dello stato attuale, un audit SEO mette in fila le priorità in base a quanto valgono, non a quanto sono facili.