Il WebP ha superato i quindici anni e ha smesso da un pezzo di essere una novità da difendere. Nel 2026 è quello che ci aspettiamo di trovare aprendo il sito di un’azienda. Quando non c’è, dietro trovi quasi sempre la stessa storia: un tema comprato nel 2019 e mai più toccato, un gestionale che esporta le foto prodotto a 3.000 pixel di lato, un plugin di ottimizzazione spento anni fa perché “rallentava il salvataggio”. La domanda oggi non è più se convertire, ma come farlo senza rompere niente.
Cos’è il WebP, in due righe
Formato nato in casa Google nel 2010, costruito sulla compressione VP8, la stessa dei video WebM. Gestisce sia il lossy che il lossless, supporta il canale alpha per le trasparenze e sa fare animazioni. Quello che conta davvero però è un numero solo: a parità di qualità percepita un WebP pesa il 25-35% in meno di un JPEG, e molto meno di un PNG con trasparenza. Il resto è questione di come lo implementi.
Quanto si risparmia davvero
Un negozio online di articoli tecnici, 1.200 schede, quattro foto ciascuna. Le immagini arrivavano dal fornitore in JPEG a 2.400 pixel, qualità 90, peso medio 780 KB: una scheda prodotto pesava 3,4 MB di sole immagini.
Ridimensionate a 1.600 pixel e convertite in WebP qualità 78, sono scese a 135 KB di media. La scheda è passata sotto i 600 KB e l’LCP su rete mobile da 4,1 a 1,9 secondi. Nessuno ha notato differenze guardandole, nemmeno il titolare che quelle foto le conosce a memoria.
In AVIF saremmo arrivati sui 95 KB, ma convertire l’intero catalogo costava ore di CPU per guadagnare pochi decimi di secondo. Abbiamo tenuto il WebP come formato principale e acceso l’AVIF solo sulle pagine più visitate.
WebP, AVIF, SVG: quale formato per cosa
Nel 2026 la scelta non è più binaria. Ogni formato ha il suo mestiere.
| Tipo di immagine | Formato | Perché |
|---|---|---|
| Foto e scatti di prodotto | WebP lossy, AVIF dove serve | Differenze visive impercettibili |
| Screenshot e grafiche con testo | WebP lossless o PNG | Il testo compresso male diventa sporco |
| Loghi, icone, pittogrammi | SVG | Pochi KB, nitido ovunque |
| Animazioni brevi | MP4 o WebM | Una GIF da 3 MB non ha scuse |
Un logo in WebP non lo faremmo mai, e continuiamo a trovarne. Il logo è un vettoriale: va servito in SVG, resta nitido ovunque e pesa meno di qualunque bitmap.
Sull’AVIF siamo pragmatici. Comprime meglio e il supporto browser ormai c’è, ma la codifica è lenta e su sfumature delicate come pelle, cieli e metalli certi encoder lasciano artefatti. Parti da zero? Metti AVIF in cima e WebP subito sotto. Hai già l’archivio convertito? Rifare tutto è tempo speso male.
Il formato da solo non risolve niente
Qui nasce il malinteso più costoso. Attivi il plugin, i file diventano WebP, il punteggio non si muove. Quasi sempre il problema non erano i formati.
Le dimensioni pesano più della compressione: un WebP largo 2.400 pixel dentro un contenitore da 600 resta uno spreco, solo meno visibile di prima. Serve srcset con un sizes scritto bene, così il browser scarica la variante giusta per lo schermo che ha davanti.
Poi ci sono tre attributi che valgono più di mezz’ora di ricompressione. width e height espliciti, per evitare che il layout salti durante il caricamento. fetchpriority="high" sull’immagine della prima schermata, quella che di solito coincide con l’LCP. E loading="lazy" solo sotto la piega: applicarlo anche all’hero significa ritardare di proposito l’elemento che Google cronometra. Lo troviamo acceso su tutto in metà dei siti che ci arrivano per un check delle prestazioni.
Come convertire un sito già in produzione
Se lavori con WordPress
WordPress accetta upload WebP e AVIF da diverse versioni, ma non converte quello che è già in libreria. Per l’archivio storico servono strumenti come ShortPixel, Imagify o EWWW, che rigenerano le miniature tenendo da parte gli originali.
Due accortezze. Backup di database e uploads prima di una conversione di massa, perché tornare indietro senza è una giornata persa. E procedi a scaglioni, partendo dalle pagine che portano fatturato, controllando un campione prima di lanciare il resto.
Se il sito è statico o headless
Con Astro, Next o qualsiasi build moderna il componente immagine genera da solo varianti e formati, con l’hash nel nome file per la cache. Converti una volta in fase di build e non ci pensi più. Su questi stack i problemi di peso li vediamo solo quando qualcuno ha scavalcato il componente scrivendo un tag img a mano.
La CDN come rete di sicurezza
Cloudflare, Bunny e simili leggono l’header Accept del browser e restituiscono il formato migliore fra quelli accettati, senza toccare i file sull’origine. Utile quando il CMS è vecchio o intoccabile. Non sostituisce la pulizia a monte: se all’origine hai file da 3.000 pixel, la CDN te li serve compressi e comunque sovradimensionati.
Che effetto ha sul posizionamento
Le immagini leggere non sono un fattore di ranking a sé stante, e chi lo racconta così semplifica troppo. Incidono per vie traverse, che però pesano.
L’LCP è quasi sempre un’immagine, e finisce nel rapporto Core Web Vitals di Search Console con i dati di campo raccolti su 28 giorni. Un catalogo alleggerito sposta quel rapporto dal rosso al verde nel giro di un mese. In parallelo Googlebot ha un budget di scansione: pagine più leggere significano più URL visitati a parità di tempo, e su un e-commerce da migliaia di schede non è un dettaglio.
Poi c’è il capitolo AI Overviews: i sistemi che sintetizzano contenuti valutano le pagine in tempi stretti, e una pagina lenta parte svantaggiata.
Gli errori che vediamo tornare più spesso
- Convertire in WebP e continuare a servire i JPEG originali in pagina: raddoppi lo spazio su disco senza guadagnare un millisecondo.
- Comprimere troppo le foto prodotto: sotto qualità 65 tessuti e metalli mostrano bande, e una foto brutta vende meno.
- Rinominare i file durante la conversione senza redirect, buttando via anni di storico su Google Immagini.
- Non conservare gli originali. Se fra sei mesi vuoi rigenerare tutto con altre impostazioni, riparti dalle foto del fotografo.
Da dove partire
Apri PageSpeed Insights sulla tua scheda prodotto più visitata e guarda le opportunità sulle immagini. Se il risparmio stimato supera il megabyte, hai davanti mezza giornata di lavoro che vale più di qualsiasi altro intervento tecnico tu stia valutando adesso.
Ridimensiona alle misure reali, converti in WebP, sistema il fetchpriority sull’immagine principale, rimisura. Il resto del catalogo può seguire con calma. AVIF e rifiniture da SEO tecnica vengono dopo, quando la parte grossa è già a posto.